I luoghi consumati di “Mad World”


All around me are familiar faces, worn out places, worn out faces…”
Tutt’intorno a me ci sono visi familiari, luoghi consumati, facce consumate…”
Così esordisce la celebre canzone dei Tears for Fears, ormai reinterpretata da molti artisti del nostro ventennio. La cover del 2002 di Gary Jules è certamente la più conosciuta, ma altre valide versioni sono state propostJasmine Thompson, Adam Lambert , Twenty One Pilots e Imagine Dragons (dei quali personalmente prediligo).
e da:
Il brano originale, però, è stato partorito nel 1982 dal chitarrista della band all'inizio menzionata, Roland Orzabal, ispirato dal comportamento delle persone durante la sua residenza a Bath.
Nonostante i punti di vista da cui il pezzo possa essere ascoltato, il messaggio che vuole inviarci è unico e chiaro da interpretare.
Tutti, per quanto differenti possiamo essere, ci alziamo la mattina e sappiamo che verremo erosi dalla solita routine, non concentrandoci nemmeno più sulle nostre azioni, poiché le conosciamo e le abbiamo ripetute a tal punto da trasformarci in degli automi.
Bright and early for their daily races. Going nowhere, going nowhere…”
Il nostro è, così, un “mondo folle”, nel quale la vita diventa talmente monotona e schematica da sprofondare nella tristezza e nella noia, e da non farci volere più trascorrere un’altra giornata uguale alla precedente.
And the tears are filling up their glasses. No expression, no expression.
Hide my head, I want to drown my sorrow. No tomorrow, no tomorrow…”
E non sappiamo più che emozioni manifestare; siamo quasi confusi dal sentimento che proviamo nei confronti di questa situazione. Ci sentiamo divertiti e demoralizzati al medesimo tempo. E ritroviamo il piacere nei sogni in cui moriamo, poiché in essi riusciamo a percepire una minima tensione, che ci appaga e compensa la vita reale, estrapolandoci da essa.
And I find it kind of funny, I find it kind of sad. The dreams in which I'm dying are the best I've ever had…”
È difficile da dire e da comprendere, ma riusciamo a focalizzare l’attenzione solo sulla caotica circoscrizione dei nostri passi. Sempre nella stessa posizione; sempre esercitati con la solita identica pressione. Senza mai fermarsi… una fotocopia continua dei nostri atti, stampati all'infinito.
I find it hard to tell you, I find it hard to take.
When people run in circles it's a very very mad world, mad world…”
I bambini aspettano l’unico momento di felicità: il loro compleanno. Momento in cui, simbolicamente, maturano e possono sentirsi davvero gioiosi. Anche se non sanno che crescendo, gli anni che scandiscono sono proprio ciò per cui piangeranno da adulti.
Children waiting for the day they feel good. Happy birthday, happy birthday.
And to feel the way that every child should. Sit and listen, sit and listen…”
Ma nessuno conosce la nostra condizione personale meglio di noi stessi. Quindi, anche in un ambiente comune come quello scolastico, ci sembra di essere circondati da degli estranei inconsapevoli della verità che ci riguarda.
Went to school and I was very nervous. No one knew me, no one knew me…”
Divoriamo le lezioni che ci vengono servite sempre e ripetutamente sullo stesso piatto. Quando, invece, vorremmo che i professori guardassero oltre la nostra fame di sapere.
Hello teacher, tell me what’s my lesson. Look right through me, look right through me…”
Poi, però, dopo la tiepida sensazione, quella che riproviamo ogni volta, ci rendiamo conto del “mondo malato” in cui viviamo, e ci sproniamo ad ampliare i nostri orizzonti.
Enlarge your world. Mad world.”
Questo brano è diventato la colonna sonora di svariate opere cinematografiche, ma, in un certo senso, anche della nostra vita.
Il protagonista assoluto della canzone diventa, perciò, il tempo, che scorre uniforme, calpestando l'anima di un adolescente e uccidendone la creatività e la curiosità.
Ci svegliamo per aspettare qualcosa di invano e irraggiungibile, illudendoci che arrivi. Quando in realtà andiamo avanti senza che nulla abbia un senso, un motivo o un significato preciso.
E ci ripetiamo: “Solo un altro giorno…”, “Solo un'altra ora…”, “Solo un altro minuto…”. È sempre “Solo un altro…”, fino alla morte. Come fossimo cani che si mordono la coda per l’eternità.
Ma un modo per allargare la nostra visuale sul mondo; il rimedio ad un destino di continua delusione, esiste: sfruttare la monotonia da cui siamo intrappolati; usufruire del vecchio per trasformarlo in nuovo, ricamando la sagoma delle impronte già lasciate perché nasca la nostra!
E il liceo Classico è l'ambiente adatto per allenarsi. Luogo dove le idee prosperano grazie alle innumerevoli novità proposte. E dove l’originalità di ogni mente non viene soffocata, ma addestrata a crescere, con l'obbiettivo di creare scuole di pensiero unicamente nostre, basandone l'istruzione su “luoghi già consumati”.

Rahel Bellarosa